Dicembre 5, 2009 - Leave a Response

Lontano dal Vietnam

Loin du Vietnam (1967) regia: aa.vv.

L’estate di mio fratello

Giugno 18, 2009 - Leave a Response

Finalmente ho visto l’Estate di mio fratello, film uscito due anni fa in pochissime sale nazionali e da me ora reperito da Sky. Il film parla di adolescenza, l’ho trovato molto ispirato, essenziale, forte nel racconto. Nonostante le rassegne nei festival internazionali con premi anche importanti, il film è uscito solo grazie al progetto SelfCinema – adopt a movie, che ha potuto garantirgli una piccolissima visibilità nelle sale. Perciò più che altro ci tenevo a parlarvi di questo progetto, che parte dalla “disperazione” dovuta alla poca attenzione e poca intraprendenza della distibuzione nostrana, un qualcosa di assolutamenter innovativo che periò va sostenuto in primis da noi spettatori perchè noi ne siamo gli artefici, che amano andare al cinema senza per forza andare a vedere i “filmoni”, tralasciando le solite americanate, staccandosi un pò dalle nefandezze commerciali ed aprendosi a nuovi linguaggi, nuove cinematografie e nuove visioni in generale. Si sto pensando culturalmente in grande, dateci un’occhiata il progetto è molto interessante.

Prova di fermezza

Giugno 18, 2009 - Leave a Response

E’ passato ai tg la prova di fermezza e di forza del presidente Obama, disturbato da una mosca durante il colloquio ed ancora una volta sono rimasto imbarazzato dalla scadenza della nostra informazione e dalle inutili stronzate che sempre più spesso si vedono nella 1/2 ora televisiva. Il caso vuole però che l’insetto si sia inserito nel mezzo di un discorso riguardante il tema Guantanamo, allora ho letto l’evento in chiave politica. Le conslusioni dobbiamo aspettare a farle. Chissà quando sapremo la verità, chissà se i responsabili avranno il coraggio di ammettere le loro colpe ed atrocità. A tutt’ora, non sappiamo nulla e ad oggi mi pare non esista un dossier Guantanamo.

Feticismo delle merci: il superamento del packaging

Giugno 15, 2009 - Leave a Response

Sono in un supermercato Coop, prendo una bustina di pistacchim, una bottiglia di plastica di succo di pompelmo gassata, un DVD-RW anch’esso con il suo involucro. Aspettando in coda mi è venuto in mente il processo di distribuzione della merce, di cui oggi il packaging è di primaria importanza. Il mio pacchetto di pasticchi sarebbe sparito qualche ora dopo, divorato da me e mia sorella; la bottiglia entro il giorno dopo. Così quegli involucri di plastica mi sono sembrati spreco di risorse, inutilità per prodotti che potrebbero essere venduti “sciolti”; l’immagine delle tante bottiglie l’una vicina all’altra, dal prestigioso marchio Coca-Cola ai prodotti propri delle catene di distribuzione come Coop, tutte in competizione tra loro: migliaia, milioni di bottiglie i plastica nei supermercati del nostro paese. Quanti inutili involucri di plastica per un solo prodotto la cui quantità è così esigua! Così ho pensato che la competizione è in gran parte packaging: voglio dire che non tutti pensano al marchio (anche perchè da cosa si valuta realmente la sua qualità?!), e comunque il marchio è differente dal prodotto in se anche se le due cose, con il packaging, si confondono. E coì mi sono immaginato di essere un imprenditore in grado di potersi aprire un supermercato. Ho pensato che l’innovazione -il superamento del packing- è una storia a rebours che rida al prodotto il suo contenuto cioè la qualità del prodotto stesso, proprio come era lo scambio una volta. Ho immaginato per intenderci fustoni ricaricabili di detersivi; sacchi di pistachi e arachidi cui attingere con un grosso cucchiaio. Ho pensato al settore frutta, vedendo 10 pomodorini contati in un involucro di plastica! Ho pensato all’assurdità di imballare i prodotti e al suo superamento. Poi mi venuta in mente la competizione delle aziende e multinazionali basate sul pack e sull’involucro del prodotto più che sul prodotto stesso. E’ possibile superare queste contraddizioni? Sì.. Perchè è necessario farlo? Per il consumatore, per l’ambiente, per l’abbatimento dello spreco di risorse. Da cosa nasce cosa, ma in maniera sensata, che giovi a tutti non solo al profitto economico.

Chiedere informazioni

Giugno 15, 2009 - Leave a Response

Siamo a Ravenna centro e dobbiamo dirigerci verso la piscina, che sappiamo essere fuori città; impostiamo il navigatore che sembra non avere segnale; non sappiamo dove andare, chiediamo ad una ragazza che sa dove è la piscina: non appena cerca di spiegarci che strada fare, non semplice perchè dall’altra parte della città, il navigatore parte. <<Ah, ecco, è partito il navigatore. Grazie ciao!>>. L’oggetto tecnologico è stato preferito al rapporto umano, per due volte di cui l’ultima nel bel mezzo di tale rapporto.

Anticristo

Giugno 7, 2009 - Leave a Response

di Lars von Trier – visto al cinema “King Kong” (To)

parole chiave: sessualità femminile, fobie tra superstizione e credenza, astrologia, mitologia e fiaba, set mentale tra bosco e natura, appartamento e città, dolore, disperazione, pena, elaborazione del lutto e psicologia, iper-estetica e alta definizione, “il caos regna” e metalinguaggio, la perdita del raziocinio ed il corpo mortificato, Cultura e Natura, Uomo e Donna.

impressioni: uscito di sala, una ragazza mi ha chiesto un’impressione: mi è venuto fuori un <<mah..>>, e non sono l’unico. Non so che dire di altro, sinceramente. Colpito dall’abbiocco da seconda serata, come pure per l’iper-estetica degna dei migliori televisori HD. Mi è piaciuta la scena iniziale in ospedale, con la dialettica campo/controcampo negata che mi pare riassuma il tutto come uno psicologismo tutto interno all’autore (<<faccio i film per me stesso>>), e l’uso (controllato) dello sguardo mobile nei dialoghi, tratto riconoscibile dell’autore. Stupendo l’incontro con la volpe, vero esempio di metalinguaggio e simulacro dell’istanza narrante, irresistibilmente ironico ed inquietante, premonitore degli eventi narrativi già scontati. Mi pare altrettanto scontato dire tuttavia che il film vuole farsi apprezzare per la sua forza simbolica inserita esclusivamente nel mentale. Uno pscicologismo intimista post-moderno tutto (ancora) da capire.

film (vicini o lontani per tematica, stile, per associazione e opposizione): Shining, Snake of June

Sono Dottore (e cerco infermiere)

Marzo 14, 2009 - Leave a Response

Sono finalmente Dottore 1° livello di Scienze della Comunicazione. Ho presentato una tesina dal titolo

Camera(man) Look – l’occhio del medium nel cinema contemporaneo, tra soggettiva ed interpellazione.

Ve la presento. Il mio lavoro è un’analisi testuale che, partendo da qualche ispirazione sul campo, in particolare dai film [REC], The Blair Witch Project e Cloverfield, ha voluto evidenziare una struttura comune composta da tre elementi: il cameraman come protagonista, medium tra chi il film lo fa e chi il film lo riceve, che da vita ad una modalità di film nel film che si vuole in qualche modo dissimulare; l’uso totale in soggettiva che si prefigge l’identificazione e l’immedesimazione dello spettatore; i tipi di atteggiamenti comunicativi capaci di chiamarlo in causa (le interpellazioni, camera look/sguardo in macchina). Ho diviso il mio lavoro in una parte teorica, dove riprendo concetti già ampiamente discussi ed in parte superati, che mi seono più che altro serviti che studio, quali il punto di vista, la focalizzazione e l’ocularizzazione (di scuola francese), accennando ad un caso sperimentale del passato: Lady in the lake, film del ‘47. Nella seconda parte, quella di “analisi sul campo”, ho proposto un elenco (non certo esaustivo) di film utili a ricercare questa struttura, la quale mi ha ispirato qualche spunto: ho riflettuto sul coinvolgimento tra verosimiglianza ed immedesimazione, relativo ad un tipo di messa in scena “realistica” che imita le possibilità amatoriali dello spettatore, che non di rado è anche filmaker o praticante amatore, sia per quanto riguarda l’uso delle apparecchiature (le handycam), sia nel linguaggio: l’immagine sporca, instabile e discontinua; un uso del montaggio che in alcuni casi si da come asciutto e amatoriale (pensate agli effetti preimpostati dei software per video), oppure viene presentato come raw footage cioè materiale grezzo pre-montato (relativo a tutte quelle pellicole che parlano di un nastro ritrovato e lasciato così com’è). In un caso invece viene completamente escluso come nel magnifico piano sequenza di Arca Russa. Il secondo spunto è relativo all’ importanza conferita al sapere spettatoriale: guardando un film come [REC], che per sua struttura (reportage tv) tiene conto fin da subito dello spettatore, mi sono interrogato sui motivi per cui, anche nei momenti più tragici e dove si rischia la vita, il cameraman e la reporter continuassero a stare lì a filmare invece di pensare alla propria salvezza. Ho accennato alla teoria della modalità semiotica (volere/potere–>dovere) muovendomi tra informazione ed intrattenimento (“infotainment”, peculiare della Neotv) perchè è tra i due che alla fin fine il film si muove. Un punto che forse avrebbe meritato maggior studio da parte mia, ispirato dal bel saggio di Canova “l’alieno e il pipistrello”, è il passaggio dal primato dello sguardo antropomorfo (come detto, dallo sguardo del cameraman) alla plurisensiorialità, punto che avrebbe potuto aprire una discussione più fresca sull’ identificazione. E magari mettere in luce la differenza sostanziale tra [REC] o Cloverfield, dove primeggia la vista, e TheBWP, che esaspera lo sguardo impossibilitato a vedere, stimolando un punto di vista multisensoriale. Ho voluto poi tirare in ballo la teoria dei media parlando di evento/rito mediale. Mi sono basato su alcune riflessione intorno a Cloverfield, dove un evento mediale deviato si genera da uno organizzato e precendente. Infine, in sintonia con la serializzazione cinematografica, ho parlato della possibile costituzione di un modello super-partes, dotato di alcune formule stabilizzate, e sostanzialmente identificabile con il mockumentary, in grado di offrire una variegata scelta di sotto-generi. La selezione di film che ho scelto, diversi tra loro nelle tematiche (tra cui Idioti, il Cameraman e l’assassino, Redacted etc) vuole illustrare questo punto. L’ultima parte del mio lavoro ruota intorno alle forme di interpellazione, nello specifico ho indagato tutti i rapporti comunicativi tra cameraman, spettatore e gli altri personaggi. In particolare, il passaggio cruciale dove il cameraman decide di mostrarsi con la la sua stessa camera, mettendosi in campo, facendosi normale personaggio e cedendo il ruolo di enunciatore allo spettatore immaginario. Questo scambio di ruoli, sigillato dal video-testamento del cameraman, sancisce la fine sue autoriale o almeno la sua condivisione. Ora lo spettatore è autorizzato a far proprie quelle immagini, alla fin fine ad esserne l’autore ultimo.

In conclusione, se dovessi criticare il mio lavoro, dico che: mi sono perso troppo nella teoria, concetti come detto già ampiamente assodati, tra l’altro senza nemmeno esser riuscito ad agganciarli alla mia indagine pratica sui testi filmici e questo è un grave difetto; la parte mia inoltre, credo comunque di interesse, andava ampliata ed approfondita, a partire dagli spunti sui quali mi sono mosso troppo frettolosamente.

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Marzo 11, 2009 - Leave a Response

Riporto la fonte da un forum e dalle parole di un mio amico che studia al Politecnico:

Si narra che il maestro delle elementari per tenere a bada i propri alunni era solito assegnare in classe il compito di sommare tra loro i primi 100 numeri. Mentre tutti i suoi compagni passavano ore ed ore Gauss ci metteva sistematicamente 30 secondi. Il maestro rimase sbalordito dalla scoperta.. (e pare che l’allievo gli spiegò la formula).

Quanto fanno i primi 100 numeri sommati tra loro? (si intende da 1 a 100 visto che lo zero è un numero neutro dell’addizione)

1+2+3+4+5+6.. +96+97+98+99+100. C’è da sclerare, immagino la testa di quei poveri bambini.

Ma ora, provate a confrontare il primo numero e l’ultimo; ora il secondo con il penultimo; ora il terzo e il terzultimo e così via.. quanto fa? Sempre 101.. allora basta moltiplicare 101×50 (cioè la somma di due numeri moltiplicata x la metà del numero dei numeri stessi) e la geniale intuizione è data. Fa 5050.

La stessa da Wiki:

Un altro aneddoto, forse vero forse verosimile, racconta che, quando andava a scuola da bambino, all’età di nove anni, l’insegnante per mettere a tacere l’allievo gli ordinò di fare la somma di tutti i numeri da 1 a 100. Poco dopo, sorprendendo tutti, il giovanissimo Carl diede la risposta esatta, essendosi accorto che mettendo in riga tutti i numeri da 1 a 100 e nella riga sottostante i numeri da 100 a 1, ogni colonna dava come somma 101: Carl fece dunque il prodotto 100×101 e divise per 2, ottenendo facilmente il risultato.

numeri

Rifiuto il revisionismo.

Marzo 3, 2009 - Leave a Response

Non metterò mai sullo stesso piano le morti partigiane con le stragi dei fascisti e di Salò. Mai. W la Resistenza – l’Italia liberata.

Ecco quello che ti dico, signore che parli cercando in qualche modo di revisionare (ed allo stesso tempo invitandomi a leggerla tutta, la Storia!): possiamo parlare tranquillamente ed in maniera ragionata sulle morti e sui “modi” dei partigiani e della Resistenza, durante e dopo, ma non accetto che si usi l’argomento a fini biecamente strumentali, per riabilitare cioè in qualche modo il fascismo e la dittatura, finendo in quel revisionismo che offende la nostra Storia ed i morti e le sofferenze che dietro si è portata. La Resistenza è parte del nostro dna (almeno, e scusi se è poco) costituzionale, non si può in alcun modo tradirla, anche se non la si vuol condividere ed è comunque lecito  criticarne i suoi usi ed i suoi modi, certi eventi ancora poco chiari o tenuti nascosti, ma alla onesta condizione, su detta. E’ bene, come dice lei, leggere la Storia da tutte le sue facce, e i decenni che sono ormai passati possono aiutarci e fare chiarezza su certe cose (temo tuttavia che si rischi sempre il contrario.. pensiamo al modo in cui si vuol far credere il fascismo ad un fenomeno di costume, rimuovendo quello che è realmente stato..), ma ribadisco il no al revisionismo e alla infame strumentalizzazione.

L’equidistanza, il disprezzo e le facili equazioni: sfogo informale intorno all’occupazione militare a Gaza

Gennaio 28, 2009 - Leave a Response

«C’è una nuova forma occidentale del disprezzo: l’equidistanza». Cominciava così un articolo in prima pagina del 7 Gennaio sul manifesto, quotidiano che ogni giorno, dalla fine del vecchio anno, titola e racconta quello che sta succedendo a Gaza. Io ora provo a dire la mia. Questa frase è associabile sostanzialmente all’ informazione nazionale televisiva, che cerca di far sembrare quella che è -nessuno può negarlo- un’occupazione vera e propria in un guerra tra due schieramenti contrapposti. Occupazione, non guerra. E semmai oppuzione, e poi guerra. Intanto i civili muoiono, Hamas spara 15 razzi al giorno, mentre l’esercito israeliano assedia e stringe su tutti i lati la Striscia. L’equidistanza è una forma che permette di non assumersi responsabilità morali in quello che si dice ed in quello che si informa. In un momento in cui -è sotto gli occhi di tutti- una grande potenza ha deciso di risolvere un conflitto che dura ormai da troppo tempo con le bombe e la distruzione sistematica. Israele dichiara che il 90% delle bombe vanno a buon fine; noi leggiamo ogni giorno di stragi di civili, tra cui scuole ed ambasciate ONU colpite: il 90% dei morti a Gaza sono civili, non militanti di Hamas. L’equazione è già fatta eppure scoprirete una mia critica alle equazioni. Se decidiamo di assumerla, a partire dalle parole soddisfatte della dirigenza israeliana circa l’ andamento militare, questa equazione ci dice che i civili sono un bersaglio non casuale. E da noi si dice che è colpa di Hamas che se ne fa scudo. Voglio sottolineare che, per quello che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, essere equidistanti ora è un atto di irresponsabilità gravissimo. Israele dovrà rendere conto della violazione dei diritti umani e dovrà essere processato per crimini di guerra. Io ho esposto una bandierina palestinese sulla mia borsa. In questa situazione come questa, un’ occupazione senza se e senza ma che fa dei civili un obbiettivo militare, essere parte per me, cioè interessarmi dalla gravità della situazione ed esserne toccato, vuol dire ora più che mai essere di parte. Dalla parte del popolo palestinese. Rifiuto la logica di chi mi accusa di stare con Hamas. Hamas non vuol dire tutta la Palestina. Israele ha deciso di sferrare un attacco che mira all’esistenza del popolo palestinese. Qui è in gioco il suo diritto di esistere. Veniamo alle ultime di casa nostra. Ciò che mi ha fatto paura e rabbia, e che motiva questa letterina, è la manifestazione di solidarietà per Israele tenuta da molti esponenti della destra italiana, tra cui molti del governo tuttora in carica. Senza contare i quotidiani commenti pro-Israele, veramente senza pudore. Ora vi spiego il perchè. C’è un’immagine che mi ha colpito, e che è quella che è passata tra i tg: le bandiere israeliane sventolate. Poi mi sono saltati agli occhi le immagini dei civili che stanno morendo sotto le bombe. E allora ho pensato alla parola «disprezzo». Io sono di questa idea: che già esporre la bandiere israeliana, come d’altronde quella americana, sia inacettabile, e non credo di dover motivare. Pensate alla storia internazionale degli ultimi 50 anni. Ma sventolarle proprio ora, nel momento in cui si parla di migliaia di civili morti sotto le bombe, beh, io credo che sia un atto non solo irresponsabile, non solo in se di cattivo gusto, ma criminale poiché compiacente. Sventolare le bandiere di uno Stato che bombarda e massacra migliaia di persone, nel momento in cui è responsabile di questi crimini, ebbene chi sventola quelle bandiere è complice. «Buona guerra Israle», ti siamo vicini: ecco il riassunto. Sono le parole finali, seguite da applausi, del Signor Paolo Guzzanti alla fine di quella manifestazione. Ecco la forma del disprezzo, quella che non ha paura di mostrarsi, quella che si da in tutta la sua arroganza. Mi vergogno di questa gente, tutto questo mi fa rabbia. Questa è ideologia malsana, senza se e senza ma, che segue senza pudore i piani folli dell’ imperialismo. Queste persone saranno sempre gli zerbini del padrone, e staranno sempre dalla sua parte, offuscati dalla sua ideologia criminale. Quella americana di Bush, quella di Israele nei confronti della Palestina che sta scomparendo. E magari questi complici osano dire che la mia bandiera palestinese sulla mia borsa è un sostegno ad Hamas. Ma io ripeto: Hamas non è la Palestina. E dico anche che in Palestina c’è la resistenza, che ha diverse forme. La sopravvivenza dei civili, a cui si negano le basilari necessità (lo ha sottolineato anche il Vaticano), distinta dai razzi di Hamas. Ma la resistenza è anche quella dei refusenik, dei soldati israeliani che si rifiutano di arruolarsi per scelta etica, e che vengono processati come disertori. La resistenza è un concetto non semplice, ha molte sfaccettature e non si può riassumere in Hamas. Per quella gente irresponsabile pro-Israele, la resistenza non esiste, non è un conetto che possono comprendere, e d’altronde cosa ben più grave è che questa parola sembra essere sparita anche dal nostro vocabolario. Fare un discorso sulle parole aprirebbe un altro capitolo su come si impone un’ ideologia. Penso alla parola terrorista: Hamas è terrorista, Israele invece non lo è mai. In quanto Stato, non può esserlo mai. Sembra che lo Stato non possa mai esserlo. Oppure la strumentalizzione che si fa intorno alla tragedia immane che ha vissuto il popolo ebraico. Mi riferisco alla vergognosa equazione che si fa tra antisionismo ed antisemitismo. Chi come me è fortemente critico con Isralee e del suo imperialismo, non deve permettersi di accreditarmi come antisemita. Se lo fa strumentalizza vergognosamente la tragedia che il popolo ebraico ha subito. Non lo accetto. Torniamo alla mia bandiera. Per me quella bandiera è il popolo palestinese che resiste, e che ha diritto all’ esistenza. E per tutti i civili che sono morti e che moriranno per questa criminale azione militare. Ribadisco che non ci sto a riassumere la Palestina in un solo nome. Idem per il concetto di resistenza, che abbiamo forse scordato. E chiudo dicendo che la storia di questo conflitto è lunga più mezzo secolo ed entrambi hanno delle responsabilità se questa situazione non è stata risolta, questo è indubbio. Vedete quindi che sono lungi dal ritenere che la dirigenza palestinese non responsabile di nulla. Vedete che a me l’deologia non mi offusca gli occhi. Io sono critico e solidale, mi sento in questo momento di stare da una parte, perchè oggi è necessario. Tornando all’ incipit, ribadisco fermamente che -alla vista dei crimini compiuti da Israele in queste settimane- è irresponsabile assumere l’atteggiamento dell’equidistanza. Vi sto apertamente invitando ad esporre una bandierina.