Quattro film: Biùtiful Cauntri, Joe Strummer, Vogliamo anche le rose, Sonetàula

Metto anche qui le mie considerazioni dei quattro film visti al cinema il mese scorso, presenti già sul mio blog di Unito..

E’ stato pochissimo ma almeno è uscito Biùtiful Cauntri, già menzionato al Torino Film Festival e ora nelle sale. E’ un documentario modestissimo sulla situazione dei rifiuti tossici e delle discariche abusive in Campania, nelle zone vicino Napoli. Ci si aspetterebbe di vedere le ormai assfissianti immagini urbane infestate dai rifiuti invece i tre registi ci mostrano le campagne e fanno parlare i loro protagonisti: i contadini, i cui prodotti arrivano poi sulle tavole dei consumatori. Come al solito nessuno vede e sa niente ma un investigatore ambientale ed un magistrato -i soggetti del narrare- ci aiuteranno a saperne di più su questo problema che si porta avanti da ormai 15 anni e che solo ora, ma superficialmente, vediamo in Tv. Biùtiful Cauntri, con il suo stile da reportage di guerra (long take, camera ravvicinata che segue i personaggi, salienza dell’ “episodio”), lascia parlare le immagini rinunciando al narratore extra-diegetico, se escludiamo i titoli di apertura e chiusura, meri dati oggettivi della situazione ad oggi. Preferisce perciò la documentazione delle immagini inquietanti all’inchiesta, difatto assente come invece aveva fatto Report. Insomma partiamo dal sapere cosa sta succedendo, almeno, e andiamo sul campo per accertarcene. Non tanto per i napoletani che già sanno sulla loro pelle -vedere per credere- ma per noi che forse ci sentiamo estranei al problema. La forza del film sta proprio nell’evitare le introduzioni e di farci entrare subito in questo mondo insano fatto di politici incompetenti, camorra con cappellino giallo da cantiere, ambiente, pecore (e contadini) che muoiono quotidianamente per l’elevata quantità di diossina etc. con una capacità di sintesi accessibile anche ai più svogliati del documentario. Solo per questo, vale la pena di andarlo vedere. Nonostante le citazioni in Tv, il film è uscito solo in 13 sale italiane.

“..un folgorante esempio delle potenzialità del documentario sociale, laddove riesce a coniugare l’esigenza di chiarezza dell’inchiesta e la forza espressiva della messa in scena”. (cinemavvenire)

Per quanti non siano riusciti a coglierlo al TFF, poi nelle pochissime sale italiane, recuperatevi questo bel documentario su Joe Strummer, front man della storica band britannica punk-rock The Clash. L’idea del regista Julien Temple -coetaneo e autore di numerosi altri lavori in video dai Sex Pistols a Bowie agli Stones- è quella di raccogliere più persone possibili attorno ad un falò allestito, tra Londra e NY, dove ognuno ha occasione di dire qualcosa su questo interessantissimo personaggio. Così, attraverso le parole di amici, moglie, colleghi ed estimatori oggi notissimi che dichiarano di esserne tutt’ora influenzati, ripercorriamo l’intera vita di Strummer, dall’ infanzia come viaggiatore all’arrivo a Londra, alle prime esperienze con vari gruppi all’entrata nei Clash nel ’76, al successo già con il primo omonimo album nel ’77, dall’esperienza americana ai numerosi scioglimenti/sostituzioni/ricongiungimenti alle più recenti prove d’attore etc. Ma raccontare la vita di Joe Strummer implica non poter trascurare il contesto sociale e politico accesissimo di quegli anni che in effetti non manca: siamo tra gli anni ’70 e gli ’80, la voglia di gridare al mondo “ci sono anche io.. ed ho qualcosa da dire”. Sembrano altri tempi. Tra la ricchezza delle immagini e video d’archivio musicali e non, disegni e vignette, citazioni orwelliane, debordante di testimonianze e di voglia di dirle, con una narrazione cronologica e stilisticamente (e soprattutto simbolicamente) congeniale (molto d’effetto le immagini in notturna intorno al falò con sullo sfondo la bellezza della City), il film scorre via tra una frase e l’altra nonostante la lunghezza che certo alle 22.30 si sente. Per la difficoltà di riconoscere alcuni quali i membri del gruppo ed amici stretti -registi e grandi attori a parte- e la frammentazione ovvia di un dialogo a molte voci sempre continuo, la storia non risulta facile da seguire per chi non sa proprio nulla sui Clash e più di un’ informazione di certo si perde. Godibilissimo lo stesso, anche per i non appassionati. Ve lo dice uno che fino a ieri conosceva solo London Calling e Should I Stay or Should I Go. Tuffatevi in queste due ore di mosaico appassionato ma controllato allo stesso tempo, per scoprire il pregio di questo lavoro: non una celebrazione di una star-celebrità o di una leggenda musicale, concetti aberra(n)ti per/da Strummer e gli altri, ma semplicemente la scoperta e il ricordo di un pensatore e comunicatore moderno. A tutt’ oggi, il futuro non è scritto.

Un altro documentario italiano molto interessante è (speriamo ancora non per poco) nelle nostre sale. Parla di emancipazione femminile, meglio delle lotte del movimento femminista in Italia e le sue conquiste raggiunte in quel fervente decennio a cavallo tra i sessanta e i settanta. Detto così uno si aspetterebbe un bel lavoro sistematico di montaggio con l’ampio repertorio a riguardo messo a disposizione dalle Teche, una visione d’insieme che si lascia raccontare da se, ricca di politica, forse con ideologismi o parole difficili e che può dare adito a giudizi: nulla di più lontano. Per Vogliamo anche le rose il termine troppo generico di documentario veste stretto: è una riflessione personale dove l’impianto diaristico (le voci di tre donne raccontano un proprio momento: le difficoltà con l’istituzione famigliare e con la sessualità, l’esperienze terribile dell’aborto, le relazioni conflittuali con gli altri e le altre militanti) dialoga (e tiene unite) le immagini di repertorio, cioè le voci del coro e del clima, formando così un percorso assolutamente variegato e caleidoscopico eppure così autenticamente personale. Non è difficile perciò affermare che, stilisticamente, ma anche linguisticamente, il film è più vicino alla video-arte che al documentario. Un lavoro sperimentale ed intimista, ma non per questo ostico come si potrebbe credere. Alina Marazzi prende le immagini, le parole, i suoni conferendo loro un’elaborazione sempre personalissima e mai oggettiva, “a sè”. L’istanza narrante non si da apertamente se non attraverso i pensieri e le rivelazione private delle tre giovani donne, andando a formare una personalità consapevole e (auto)riflessiva che non può passare attraverso la propria esperienza diretta (era troppo giovane per aver vissuto il ’77) ma trovando in un percorso di appropriazione di esperienze e pensieri altrui la propria coscienza di essere e sentirsi Donna, oggi, dopo l’eredità lasciata da quegli anni straordinari. Usciti dalla sala ho avuto la sensazione di aver assistito ad un bell’ esempio di cinema oltre che femminista anche “femminile”. Da far vedere nelle scuole, in primis alle adolescenti.

“È come guardare dentro un caleidoscopio. L’immagine è ricca e colorata, ma ha bisogno di una luce esterna per rivelare questa ricchezza. È sempre diversa, ogni volta che la si crea, agitando la “camera oscura”. È simmetrica e regolare solo per un artificio, grazie a un gioco di specchietti che ne lasciano apparire – molitiplicandola – solo una frazione. Altrimenti è solo una composizione creata dal caso, dal gioco imprevedibile di mani che toccano, di occhi che guardano, di raggi che si riflettono. Un incontro aleatorio, spezzato e irregolare di vetri e sassolini, di sagome e frammenti, per creare ombre e luci sempre nuove. Un’immagine irriducibilmente singolare e mai esattamente replicabile, eppure universale perché ripetibile,
se non nel risultato, almeno nel principio.” (fonte:JGcinema.org)

Che coraggiosa impresa cinematografica! Salvatore Mereu racconta la storia di un ragazzo, dagli anni adolescenziali quando perde il padre, all’ingresso nel bandistimo sardo come latitante, in una Sardegna solo per una parte ai margini dai contesti inter-nazionali e sociali di quel periodo (siamo nel 1938) e dai risvolti quasi arcani, come sottolineano i paesaggi e un uso della luce bluastra della prima mattina e della sera. Due ore e mezza sentitissime dall’autore, aiutati noi dai sottotitoli italiani (si parla prevalentemente il tipo di dialetto sardo del posto), attori non professionisti, sviluppi narrativi minimi. D’altri tempi. Nonostante possa permettersi di mostrarci con campi lunghi fino all’abuso i bellissimi paesaggi incontaminati, pur fondamentali per le vicende quanto per delineare i personaggi, il tratto caratteristico mi è sembrato piuttosto il primo piano, ed anche quando dai volti traspare qualcosa assente è ogni sorta di patetismo o sentimentalismo. Un film prezioso, e, credetemi, assolutamente non pesante, che non vuole darsi di certo al grande pubblico ma che secondo me può essere apprezzato anche dallo spettatore televisivo. A proposito, uscendo dalla sala, ho scoperto che -è stato prodotto anche dalla Rai- passerà in due puntate come fiction. Speriamo solo resti intatto così come è stato concepito.

“Sonetàula appare come un film faticoso nella sua austera adesione antropologia; ma i volti dei protagonisti, quasi tutti attori non professionisti, e la fotografia incisiva ed essenziale, sostenuta da ben quattro direttori, definiscono il film come uno dei rari lavori di impronta cinematografica purissima e distillata del cinema italiano contemporaneo. Attraverso gli occhi impauriti e spaesati del suo protagonista, Mereu indaga – storicamente e dialetticamente – la nascita del banditismo in Sardegna, intrecciandola con l’arrivo del “progresso”, simboleggiato dalla corrente elettrica. (..)” [cinemavvenire.it]

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