Cinemambiente 2008

11° Cinemambiente 16/21 Ottobre 2008

I film visti al festival: i miei commenti, le mie segnalazioni

giorno1

San / Umbrella Il primo documentario che ho visto quest’anno al festival è cinese ed è di Du Haibin, passato l’anno scorso anche a Venezia  – Orizzonti. Volevo proprio non farmi scappare i documentari cinesi, un pò perchè pensando alle mie precedenti visioni (ad es. dell’esordiente Pleasure of Ordinary passato due anni fa al TFF) ero rimasto soddisfatto del modo in cui i registi cinesi affrontano in modo problematico le questioni del loro paese, un pò perchè non si può non passare attraverso il boom economico cinese, con tutte le sue contraddizioni interne, per affrontare oggi dove (e come) sta andando il mondo (da leggersi globalizzazione), quindi penso sempre che il discorso Cina ci riguardi. Detto questo il film è molto bello ed è composto, in stile pacato e molto  ordinato, di cinque storie, cinque realtà differenti in province differenti ma che raccontano un cambiamento: il passaggio dalla campagna all’industrializzazione, un processo economico di modernizzazione sempre più in ascesa  che porta a ocnfuire nei grandi centri urbani ai danni delle vecchie strutture (i moltissimi contadini passati dalle campagne alle fabbriche, i pochi contadidi divenuti commercianti dal guadagno ricavato dall’esproprio delle terre, numerosi studenti laureati provenienti dalle campagne in cerca di lavoro che non si trova, alcuni ragazzi provenienti dalle campagne arruolati nell’esercito come opzione di status sociale, i vecchi contadini rimasti contadini alle prese con le difficoltà di un cambio di rotta economico dirompente). Basti la metafora dell’ombrello per capire la bellezza di questo film: l’ombrello rappresenta il mondo dei contadini che, a causa del processo di modernizzazione dirompente, ormai ricoprono tutti i settori delle attività economiche della nuova Cina: ombrelli prodotti in una fabbrica, venduti nel Grande Centro Commerciale (negozi di soli ombrelli rendono l’idea dell’importanza di questo oggetto non solo in senso metaforico!), ombrelli che se ne vanno dalle campagne costretti ad adeguarsi al cambiamento, e chi resta è alle prese con la pioggia per conservare il raccolto.. ma gli ombrelli sono tutti in città. Non resta che un vecchio, sfogarsi e noi ci chiediamo: esiste una soluzione per il mondo contadino? Tutto ciò è inevitabile? Attraverso il suo sfogo il film apre riflessioni ma non da risposte. Perciò preferisce alla riflessione la documentazione del problema, servendosi di questa azzeccatissima metafora in modo splendido, quasi poetico e sempre in modo controllato ed asciutto.

The Beast Within Documentario che, girando per il mondo da Bali a New Mexico alla Cina, riflette documentando sui rituali del combattimento tra animali, ancora diffusissimi in tutto il mondo. Vi dico subito che il film è una vera sorpresa per il modo in cui affronta il problema, facendo attendere il pubblico di qualcosa che non arriva mai. Chi ha voluto vedere questo film si aspettava infatti la documentazione dei combattimenti, quindi il sangue ed i macabri rituali della razza umana ai danni degli altri animali. Ma Yves Scagliola disattende ogni voyerismo del pubblico (mi rendo conto della parola grossa) ed invece preferisce seguire un paio di incredibili storie, come dire il backstage dello spettacolo, conferendo al film una vena antropologica, indagando i rapporti perversi tra uomo-suo animale, le motivazioni sociali e personali, la mentalità culturale, non solo di società altre dalla nostra. Seguiamo così mentalità vermanete difficili da capire, giunte ad un livello di perversione che lasciano attonita metà della sala (ad altri un pò impropriamente ridono stupefatti): una sala antidoping (lo so, è incredibile) per i grilli cinesi, le tecniche dei loro padroni come l’accoppiamento poco prima dell’incontro o l’astinenza dal sesso. Una seconda sorpresa, che conferisce a questo film una riflessione a mio avviso molto intelligente, è l’associazione con la nuove forme di divertimento alla lotta: le arene dei robot che sono passate anche nelle nostra tv commerciali. Altra cosa che non ti aspetti, visto che il film si era aperto con una citazione in latino ai gladiatori: all’associazione con i combattimenti romani e al pugilato, il regista svizzero preferisce le nuove tendenze tecnologiche: le macchine robot. Passando del tempo con i loro costruttori, scopriamo che la mentalità non è poi tanto diversa dal ragazzo messicano con il bulldog piuttosto che all’uomo del Bali con i galli. Dall’ istinto della lotta, naturale negli animali, il processo di sublimazione si ripresenta con gli scontri tra robot (dove vediamo i bambini in prima fila): la differenza alla giustificazione mediatica sta che non c’è sangue (ne è la giustifica, ma il problema da sradicare è culturale). Poniamoci allora alcune domande sulla natura umana (così come si presuma che sia, come la pubblicizziamo in modo ipocrita partendo dai nostri usi linguistici, ad esempio, pensiamo a quando esclamiamo improppriamente “sei proprio un animale!” opponendo in modo falso noi e loro)  a che livelli stiamo arrivando per assetarci di spettacolo cruento e consideriamo il problema come intrinseco nell’uomo (alla sua natura, alla sua cultura). Riflettere sulla nostra (presunta) civiltà.

One Water Prodotto dall’Università di Miami e girato da due docenti, il film altro non è che una riflessione sull’importanza dell’acqua per la nostra vita e per il nostro pianeta. Lo stile del film è una sorta di omaggio all’acqua: una ininterrotta sonorizzazione originale su immagini dal mondo, intervallate da interviste di grandi personaggi, che cerca l’emozione più che la riflessione. Di fatto assenti sono i dati allarmanti per il futuro del nostro pianeta e nostro (una persona su cinque non ha accesso all’acqua per le minime esigenze quotidiane, come sottolinea nel dibattito uno dei registi) e il film si accontenta di accennare all’idropolitica (privatizzazione, guerre per l’acqua..) o alla comparazione trai nostri consumi sfrenati e chi acqua non l’ha, ma sempre senza perdere l’effetto patemico e di lavoro del suono sul’immagine. Dopo la proiezione, il Professore fa una piccola lezione con le cifre alla mano, accennando anche allo spreco di acqua per l’agricoltura intendiva e per gli allevamenti (per un solo Kg di carne si sprecano decine e decine di litri d’acqua), lasciando quindi trasparire il messaggio che è da noi in primis, dalle nostre abitudini quotidiane che deve partire un cambiamento.

giorno2

Corridor #8 Il film nasce dalla voglia di raccontare diverse singole storie che si dipanano lungo tutto il raccordo di Corridor 8, un ambizioso progetto dell’ Unione Europea concepito nel 1997 che prevedeva di unire commercialmente dal Mar Nero all’ Atlantico, intere nazioni quali la Bulgaria, la Macedonia e l’Albania. Progetto cominciato ma mai terminato, visti che ne sono stati fatti 35Km. Il regista Boris Despodov intraprende questo viaggio lungo centinaia di Km e va alla ricerca della gente comune: ne viene fuori un road movie un pò atipico (avete visto la La Strada di Levi?) e dai colori molto forti che racconta varie storie individuali e slegate tra loro, e che allo stesso tempo cerca pareri su questo progetto, nato per scambi commerciali più diretti, ma dall’importanza politica culturale e sociale visto che concepito in un’area (Balcani) ancora caratterizzata da problemi quali i pregiudizi degli uni sugli altri ancora forti (anche se spesso smorzati dall’ironia, vedi quelli dei bulgari sugli albanesi ad esempio) sebbene, alla fin fine, il modo di vivere di questa gente sia piuttosto simile. C’è un richiamo alla storia recente di quei paesi, dell ‘indipendenza tanto voluta dell’uno dall’altro. Ma la grande autostrada dunque, quella (parallela) che dovrebbe superare l’isolamento ed i pregiudizi è ancora incompleta o ancora da fare. Anche qui è una metafora che da l’idea al film, film che documenta alcune piccole storie comuni senza tentare di accomunarle poichè quello è un’altro capitolo della storia, se possibile.

Purtroppo, mi sono perso La Minaccia, il film italiano su Hugo Chavez, ed ho appena scoperto che doveva esser pronto per la Rai ma.. nessune notizie per ora. (qui l’articolo tratto da La Stampa). Intanto, un commento sul festival in generale: sale tutte esaurite già dalle proiezioni del pomeriggio, veramente tanta gente.

giorno3

Staub/Polvere Quantomeno curiosa la presentazione di questo lungometraggio nella sezione in concorso, poichè il tema ambientalista è toccato solo marginalmente, Staub è a vista d’occhio un documento strepitoso sul ruolo della polvere nella nostra vita, dall’ umore davvero filosofico che trova nella stessa voce del narratore la sua vena profondissima. La consapevolezza che la nostra sconfitta contro di essa è sempre inevitabile, (poichè rimane sempre un residuo del residuo..), e non resta che arrendersi e di continuare ad indagare, il regista ci porta dal botanico al restauratore di opere d’arte, dallo scenziato ai brevettatori di aspirapolvere fino alla casalinga ossessionata dalla pulizia e al settore industriale dove i lavoratori la inalano. Fino a giungere alla creazione del sistema universo, ma partendo dal cinema e dalla pellicola, questo documentario sembra per un attimo aver la possibilità di giocare con possibili diversi linguaggi ma non perde mai di vista il rigore nitidissimo della narrazione in voce off, accomunando sotto uno stesso mood un tema vastissimo e dalla molteplici forme possibili. Davvero fuori concorso.

Discours d’Eau e L’or bleu Come ogni anno il festival dedica sezioni collaterali a temi caldi quali quest’anno l’ambiente lavoro, l’innalzamento della temperatura nel circolo polare.. tra gli altri, questi due documentari dedicati al tema dell’acqua. Del primo mi è piaiuto molto il carattere militante (la divisione in 10 parti, la concisione, il messaggio finale chiarissimo) che tratta, partendo dalle proteste del movimento delle donne messicane, del fututo delle risorse idriche in tema di privatizzazione/risorsa pubblica in Messico (tema attualissimo) e degli interessi che ci girano intorno. Del secondo il confronto tra la privatizzazione di Marrakech (Marocco), all’interno di un contesto di crisi economica profonda dovuta dalla scarsità/accessibilità della risorsa che porta il cedere la risorsa a privati (specchio di tutto, vediamo a distanza di poco il deserto secco e le villeggiature turistiche), e il ritorno alla gestione pubblica della risorsa a Neufchateau, spillo francese nel pagliaio della privatizzazione. L’oro blu delinea così qualcosa di sempre più raro per alcuni, sempre più di valore (cioè qualcosa di posseduto e non più pubblico, e per il profitto) per altri.

Dopo aver visto Thyssenkrupp Blues (certo, il film non conta poi molto piuttosto il dibattito sul tema che abbiamo dimenticato molto in fretta), chiudo sempre in tema lavoro con Losers and winners, un doc tedesco che documenta lo smantellimento di un acciaieria della Ruhr, per essere riattivata in Cina. Il film segue la vita degli operai cinesi, incaricati da alcuni ex dipendenti tedeschi della fabbrica. Il film è significativo poichè, anche con il dono dell’ironia, mostra due culture lavorative decisamente differenti che risalta la laboriosità legata alla speranza di un futuro dei lavoratori cinesi (le massime che ricordano l’impegno a produrre le avevamo già notate sulle macchine da cuciture nella fabbriche di San/Umbrella), non corrisposta all’attenzione della sicurezza nel lavoro. Quanto ai tedeschi, emerge a tratti un incomprensione ed una diffidenza certo legata a delle prospettive future incerte. Il film si astiene dalle analisi del sistema economico e dalle sue logiche ed alla teora sostituisce il succo: il passaggio dalla Ruhr alla Cina è già molto concreto.

giorno4

Documentari italiani: come sarebbe desiderabile poter vedere nel palinsesto della nostra tv pubblica questi ottimi documentari, che parlano con stili differenti delle malattie contratte dai soldati durante le (così dette, come sottolinea anche l’autore in dibattito) missioni di pace (L’italia chiamò, curiosa la presentazione in scatti fotografici in sequenza e sguardi in macchina taciuti), alla monnezza di Napoli dove si lascia parlare la gente ed i contadini (Vietato respirare, con handycam), altro argomento che abbiamo improvvisamente dimenticato, al riscaldamento globale e alle autostrade biologiche che si fanno sempre più strette (per gli animali (e al’uomo) costretti ad un nuovo adattamento (Going North, del quale affronta un tema interessante anche se con lo stile spettacolare da Superquark che non mi piace).

Ci tengo molto a segnalare il bellissimo cortometraggio di animazione Le Main de l’Ors, di quella Marina Rosset di cui già mi ero innamorato per lo stile di Apres le Chat: questo corto è strepitoso per l’amarezza profonda sul pregiudizio e del diverso, temi oggi caldissimi da noi.

The Nuclear Comeback Questo film neozelandese affronta uno dei problemi più clamorosi che sta caratterizzando i dibattiti sull’energia di questi ultimi anni: il ritorno o meno del nucleare. Il tema è affrontato in modo molto serio e, personalmente, è per me stata una sorpresa scoprire che esiste un movimento ambientalista pro-nucleare così come che, in effetti, il nucleare produce meno CO2 del tradizionale carbone (attenzione: non leggersi ecologico!). Attraverso testimonianze pro e contro questa fonte di energia, e da diverse parti come svelato, the Nuclear Comeback lascia parlare in modo imparziale della questioni ma non dimentica di sottolineare in maniera piuttosto controllata e con la voce di esperti del settorei i rischi enormi di questa fonte di energia, (pensiamo al problema delle scorie) che tra l’altro a dispetto di ciò che dicono alcuni non è a emissioni zero (vedi la lavorazione dell’uranio e il plutonio). Giusto per non farci dimenticare il nostro passato recentissimo, entriamo alla centrale di Chernobyl e nei luoghi inaccessibili il cui futuro resta incerto. La forza del film è che riesce dopo la visione a far suscitare un dibattito serio su questo tema scottante, badando a riflettere sui rischi del nucleare (una buona parte viene dedicata al problema dello smaltimento delle scorie, difatto molto incerto). Non pensate che il film sia solo per far dibattere scienziati e produttori di nucleare: il dibattito è molto accessibile anche ad un pubblico meno tecnico. Oltre ai contenuti, anche l’impostazione formale mi è sembrata davvero ineccepibile, il modo di affrontare il problema in maniera seria ed esaustiva lasciando eguale spazio a voci divergenti, ma non dimenticandosi di assumere una posizione focalizzandosi sui rischi di questa fonte di energia oggi richiamata a gran voce da molti.

Eisenfressen/ I mangiatori di ferro Chiudo il festival con questo bel documentario sui lavoratori del Bangladesh, girato da un regista locale con produzione tedesca: l’ importanza del film è notevole perchè  rappresenta, documentandola in modo sentito ma trasparente, la faccia nera della realtà economica capistalistica, di sfruttatori e sfruttati, di oppressori ed oppressi. Il film segiue da vicino il lavoro di smantellamento della navi (su commissione occidentale) di moltissimi lavoratori del Nord che si sono diretti al Sud per lavorare, spinti dalla carestia:  un lavoro dove mettono quotidianamente a rischio la loro vita oltre che estenuante in se (i contractors scrutano i lavoratori arrivati dubitando che qualcuno ce la faccia fisicamente a svolgere i lavori di smantellamento e di traino delle funi..). Il film documenta, il punto di vista resta neutrale (per chiedere di poter filmare, il regista ha mostrato i suoi lavori precendenti alla multinazionale che poi ha accettato) ma molto sentita (il regista avrebbe voluto seguire più da vicino le vite di alcuni lavoratori, come dichiara nel dibattito): è un impostazione anche questa, come altri visti in questa edzione, che lacia all’immagine la concretezza di riflettere sul tema, tema che ci tocca tutti poichè esempio alla mano del nostro sistema economico. Oltre a mostrare la totale mancanza di sicurezza  nelle condizioni di lavoro, il film tocca le relazioni all’interno di questa struttura, con i lavoratori sempre indebitati (comprano a credito poichè li pagano a fine mese,  e capita che non li pagano o li pagano meno) e, nonostante le promesse a se stessi, costretti a tornare alle coste del Sud, impossibilitati ad uscire dalla morsa dei rapporti economici di subordinazione e sfruttamento. Un documento preziosissimo, apolide nel mostrare le logiche economiche ancora fortemente attuali: dalle immagini traspare la sensisiblità di un punto di vista trasparente ma presente.

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