Linguaggio giornalistico

Considerazioni sul corso. (Scienze della Comunicazione, Torino)

Essendone titolare Mimmo Càndito, di professione giornalista ancor prima che docente, il corso di linguaggio giornalistico ha avuto la peculiarità, piuttosto rara in sede accademica1, di preferire la riflessione alla spiegazione. Le aspettative di quegli studenti volti a saperne di più sul sistema dell’informazione o sul mestiere di giornalista sono state disattese parzialmente: se escludiamo l’incipit e alcune lezioni centrali del corso, la spiegazione non ha rubato voce al dibattito aperto. D’altronde, la precisa volontà di fare di questo corso un seminario, rispondendo alla logica del faccia a faccia, è stata fermamente dichiarata dal professore fin dalla sua presentazione. Chi storce il naso di fronte a questa modalità di insegnamento, si ricrede nel momento in cui affronta lo studio dei testi proposti e quindi nel momento in cui deve apprendere: l’obbiettivo del docente è stato infatti quello di farci assumere un approccio critico agli argomenti presi in esame (e che ognuno di noi affronterà ed approfondirà durante lo studio), più che fornirci delle spiegazioni a riguardo. Un metodo che dunque rifiuta la semplice lezioncina che lo studente è in grado di imparare a memoria, ma che invita a proporsi e a intervenire sul momento riflettendo con la propria testa. Ma una riflessione non può nascere senza uno stimolo, e va da se che la spiegazione c’è stata, anche se mirata per un corso di 30 ore scarse. Questi a grandi linee gli argomenti che sono emersi durante le lezioni.

Quanto ai caratteri generali del fare informazione, dalle quali emerge una responsabilità non di poco conto a livello di mestiere, il docente ha insistito su quel processo inevitabile di dispersione che si avvia nel momento in cui il giornalismo (o qualsiasi altro settore della comunicazione) si prefigge di raccontare la realtà o, più semplicemente, un fatto successo nel mondo. La realtà in quanto raccontata è sempre una sua riproposizione/rappresentazione/riflesso, che deve fare i conti con molteplici fattori (ontologici del processo comunicativo ma anche culturali) tant’è che R² non potrà mai essere uguale a R. Va da se che compito del giornalista è piuttosto quello di far sì che R² si avvicini il più possibile a R. Da questo spunto è emersa da subito una distinzione netta tra distorsione come carattere inevitabile (ontologico) del processo comunicativo e distorsione come precisa strategia comunicativa (manipolazione). Da ciò anche l’importanza ribadita più volte di distinguere il linguaggio dal contenuto. E’ solo capendo il linguaggio che si può recuperare il contenuto originario di un messaggio, in direzione di capirne gli obbiettivi e le strategie comunicative.

Quanto alla relazione tra informazione e media, che coinvolge il discorso sul linguaggio, le parole-chiave più pronunciate sono state “estetica dell’apparenza” e «il mezzo è il messaggio». I due concetti sono accomunati dal fatto che il contenitore (il medium) è in grado di influenzare pesantemente l’identità del messaggio (una esempio alla mano di tutti è la comunicazione per cellulare) e quindi non se ne può tralasciare l’analisi, tant’è che lo stesso contenitore rischia di inquinare il messaggio in profondità: compito del giornale e del giornalista (e carattere della sua autorevolezza) è quindi quello di porne un filtro, restituendo l’identità originaria del messaggio.

Spingendosi negli aspetti pratici del mestiere del giornalista e di produzione di una notizia, il docente ci ha spiegato i meccanismi che partendo dalla costruzione della notizia propongono una costruzione della realtà quotidiana, passando per i concetti di raccolta delle informazioni, selezione, gerarchizzazione (agenda setting) e presentazione; delle relazioni tra agenzie, media, lettori e poteri in senso esteso (proprietari, economici, politici, etc), con questi ultimi nei termini di condizionamenti (non sono mancati esempi fatti dagli studenti, attingendo più che altro dalle tv private italiane); ancora, sulle relazioni tra media che producono informazione, in particolare nel quadro di un sistema fortemente tele-dipendente2.

Una buona parte del corso infine, specie in chiusura, è stato dedicato a un argomento di particolare importanza se guardiamo al panorama presente e futuro dell’informazione: l’avvento dirompente di Internet, con la figura emergente quali il citizen journalist e casi emblematici quali Youtube e youreporter.it dai quali la stessa informazione televisiva sempre più spesso attinge. Il discorso intorno ad Internet è quello che a mio avviso ha attirato di più gli studenti3, se non altro per le grandi novità che è in grado di proporre: terreno aperto con progetti democratici (quali l’apertura alle proposte dei fruitori, dove il consumatore è anche produttore, ma anche il contatto diretto senza intermediari e la possibilità di costruirsi un proprio percorso), Internet ha lanciato la sfida al giornalismo. Una sfida che il giornalismo, forte della sua autorevolezza consolidata, deve accogliere ma affrontandola nei termini di completamento all’identità del messaggio, di attribuzione di un “plusvalore“ al significato in grado di ovviare al problema insito nella stessa dimensione labirintica (e disorganica) dell’ ipertesto, dove può mancare una struttura identitaria precisa, cioè una direzione del senso. Il rischio che Internet possa sostituire la carta stampata è certamente un dibattito decisivo oltre che molto attuale; da parte del giornalista di professione non deve comportare il timore o il rifiuto del nuovo contenitore ma anzi accoglierlo come una opportunità strepitosa (penso al progetto Wikipedia che ne è un modello già consolidato4), a patto però, come ha ribadito più volte il docente, di mantenere un livello critico alto: il rischio è quello di perdersi nella fascinazione immediata della libera conoscenza, scivolando in quell’estetica dell’apparenza che è la deriva dell’ informazione.

Una considerazione a tempo scaduto è stata fatta intorno alla free press, una forza indomabile nel panorama internazionale, dove entra in gioco una protagonista che non ha trovato spazio durante i dibattiti -la pubblicità- e dove gratuito non fa rima con libero.

1Penso alla mia personale esperienza.

2Ci siamo riferiti più che altro (e con evidenza) alla situazione italiana.

3 Va detto però che il riscontro in termine di interventi ha ceduto di fronte a quello intorno alla televisione.

4Purtroppo, gli esempi sull’informazione in Internet non sono stati affrontati adeguatamente e se ne è parlato piuttosto nei termini di relazioni con gli altri media: va aggiunto che noi studenti ci siamo limitati all’ esempio di un video fake circolato in rete e ritrasmesso da un tg nazionale.

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