L’equidistanza, il disprezzo e le facili equazioni: sfogo informale intorno all’occupazione militare a Gaza

«C’è una nuova forma occidentale del disprezzo: l’equidistanza». Cominciava così un articolo in prima pagina del 7 Gennaio sul manifesto, quotidiano che ogni giorno, dalla fine del vecchio anno, titola e racconta quello che sta succedendo a Gaza. Io ora provo a dire la mia. Questa frase è associabile sostanzialmente all’ informazione nazionale televisiva, che cerca di far sembrare quella che è -nessuno può negarlo- un’occupazione vera e propria in un guerra tra due schieramenti contrapposti. Occupazione, non guerra. E semmai oppuzione, e poi guerra. Intanto i civili muoiono, Hamas spara 15 razzi al giorno, mentre l’esercito israeliano assedia e stringe su tutti i lati la Striscia. L’equidistanza è una forma che permette di non assumersi responsabilità morali in quello che si dice ed in quello che si informa. In un momento in cui -è sotto gli occhi di tutti- una grande potenza ha deciso di risolvere un conflitto che dura ormai da troppo tempo con le bombe e la distruzione sistematica. Israele dichiara che il 90% delle bombe vanno a buon fine; noi leggiamo ogni giorno di stragi di civili, tra cui scuole ed ambasciate ONU colpite: il 90% dei morti a Gaza sono civili, non militanti di Hamas. L’equazione è già fatta eppure scoprirete una mia critica alle equazioni. Se decidiamo di assumerla, a partire dalle parole soddisfatte della dirigenza israeliana circa l’ andamento militare, questa equazione ci dice che i civili sono un bersaglio non casuale. E da noi si dice che è colpa di Hamas che se ne fa scudo. Voglio sottolineare che, per quello che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, essere equidistanti ora è un atto di irresponsabilità gravissimo. Israele dovrà rendere conto della violazione dei diritti umani e dovrà essere processato per crimini di guerra. Io ho esposto una bandierina palestinese sulla mia borsa. In questa situazione come questa, un’ occupazione senza se e senza ma che fa dei civili un obbiettivo militare, essere parte per me, cioè interessarmi dalla gravità della situazione ed esserne toccato, vuol dire ora più che mai essere di parte. Dalla parte del popolo palestinese. Rifiuto la logica di chi mi accusa di stare con Hamas. Hamas non vuol dire tutta la Palestina. Israele ha deciso di sferrare un attacco che mira all’esistenza del popolo palestinese. Qui è in gioco il suo diritto di esistere. Veniamo alle ultime di casa nostra. Ciò che mi ha fatto paura e rabbia, e che motiva questa letterina, è la manifestazione di solidarietà per Israele tenuta da molti esponenti della destra italiana, tra cui molti del governo tuttora in carica. Senza contare i quotidiani commenti pro-Israele, veramente senza pudore. Ora vi spiego il perchè. C’è un’immagine che mi ha colpito, e che è quella che è passata tra i tg: le bandiere israeliane sventolate. Poi mi sono saltati agli occhi le immagini dei civili che stanno morendo sotto le bombe. E allora ho pensato alla parola «disprezzo». Io sono di questa idea: che già esporre la bandiere israeliana, come d’altronde quella americana, sia inacettabile, e non credo di dover motivare. Pensate alla storia internazionale degli ultimi 50 anni. Ma sventolarle proprio ora, nel momento in cui si parla di migliaia di civili morti sotto le bombe, beh, io credo che sia un atto non solo irresponsabile, non solo in se di cattivo gusto, ma criminale poiché compiacente. Sventolare le bandiere di uno Stato che bombarda e massacra migliaia di persone, nel momento in cui è responsabile di questi crimini, ebbene chi sventola quelle bandiere è complice. «Buona guerra Israle», ti siamo vicini: ecco il riassunto. Sono le parole finali, seguite da applausi, del Signor Paolo Guzzanti alla fine di quella manifestazione. Ecco la forma del disprezzo, quella che non ha paura di mostrarsi, quella che si da in tutta la sua arroganza. Mi vergogno di questa gente, tutto questo mi fa rabbia. Questa è ideologia malsana, senza se e senza ma, che segue senza pudore i piani folli dell’ imperialismo. Queste persone saranno sempre gli zerbini del padrone, e staranno sempre dalla sua parte, offuscati dalla sua ideologia criminale. Quella americana di Bush, quella di Israele nei confronti della Palestina che sta scomparendo. E magari questi complici osano dire che la mia bandiera palestinese sulla mia borsa è un sostegno ad Hamas. Ma io ripeto: Hamas non è la Palestina. E dico anche che in Palestina c’è la resistenza, che ha diverse forme. La sopravvivenza dei civili, a cui si negano le basilari necessità (lo ha sottolineato anche il Vaticano), distinta dai razzi di Hamas. Ma la resistenza è anche quella dei refusenik, dei soldati israeliani che si rifiutano di arruolarsi per scelta etica, e che vengono processati come disertori. La resistenza è un concetto non semplice, ha molte sfaccettature e non si può riassumere in Hamas. Per quella gente irresponsabile pro-Israele, la resistenza non esiste, non è un conetto che possono comprendere, e d’altronde cosa ben più grave è che questa parola sembra essere sparita anche dal nostro vocabolario. Fare un discorso sulle parole aprirebbe un altro capitolo su come si impone un’ ideologia. Penso alla parola terrorista: Hamas è terrorista, Israele invece non lo è mai. In quanto Stato, non può esserlo mai. Sembra che lo Stato non possa mai esserlo. Oppure la strumentalizzione che si fa intorno alla tragedia immane che ha vissuto il popolo ebraico. Mi riferisco alla vergognosa equazione che si fa tra antisionismo ed antisemitismo. Chi come me è fortemente critico con Isralee e del suo imperialismo, non deve permettersi di accreditarmi come antisemita. Se lo fa strumentalizza vergognosamente la tragedia che il popolo ebraico ha subito. Non lo accetto. Torniamo alla mia bandiera. Per me quella bandiera è il popolo palestinese che resiste, e che ha diritto all’ esistenza. E per tutti i civili che sono morti e che moriranno per questa criminale azione militare. Ribadisco che non ci sto a riassumere la Palestina in un solo nome. Idem per il concetto di resistenza, che abbiamo forse scordato. E chiudo dicendo che la storia di questo conflitto è lunga più mezzo secolo ed entrambi hanno delle responsabilità se questa situazione non è stata risolta, questo è indubbio. Vedete quindi che sono lungi dal ritenere che la dirigenza palestinese non responsabile di nulla. Vedete che a me l’deologia non mi offusca gli occhi. Io sono critico e solidale, mi sento in questo momento di stare da una parte, perchè oggi è necessario. Tornando all’ incipit, ribadisco fermamente che -alla vista dei crimini compiuti da Israele in queste settimane- è irresponsabile assumere l’atteggiamento dell’equidistanza. Vi sto apertamente invitando ad esporre una bandierina.

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