Sull’inconcludenza dei nostri studi, alla ricerca di un aspetto pratico-produttivo.

Mi chiedo continuamente dove i miei studi, le mie letture, i miei interessi personali possano portarmi. Ma non tanto dove in senso professionale, quanto a che cosa in senso strettamente pratico. Più precisamente, temo che essi possano, con lo scorrere del tempo, scivolare via senza che io sia riuscito ad inserirli in un contesto reale, da una parte di aderenza alle pratiche quotidiane, ai comportamenti, ai modi di essere concreti (siamo pur sempre più pensatori di altri), dall’altra alla produzione materiale di testi/oggetti culturali/mediali (l’aspetto pratico, facciamo produzione). Penso allora se sia possibile rendere pratici quegli studi/interessi/letture, in qualche modo applicabili. Se sia possibile rendere applicabile ciò che avevo letto, visto, studiato, pensato, in generale creduto. Per capire questo vi farò un esempio: uno che studia architettura non potrà scindere il manuale dall’ oggetto materiale. Il suo fine è un prodotto fisico, materiale, che ha una sua utilità (una cattedrale o un’ascensore hanno una loro utilità pratica) e nel frattempo esprime una visione del mondo (per es. post-moderno nel senso di convergenza di stili culturali differenti). L’avvocato ha i suoi grattacapi con i manuali teorici che gli portano via molto tempo, ma non potrà fare a meno di applicare la conoscenza delle leggi all’uso e alle procedure, alla pratica appunto. Per far ciò studierà i casi concreti già esistenti, ma sarà anche capace di produrli, formandosi un inventario su cui poi inserire i singoli casi. Studiandoli, egli in un certo senso già li produce. Per uno studioso del mondo dei media, o più in generale delle relazioni tra società, cultura, media, la cosa mi appare più difficile. Se per esempio egli analizza testi culturali, da un fumetto ad un film ad uno spot pubblicitario secondo i diversi approcci teorici già consolidati ma anche i meccanismi più generali di pratiche produttive, o un’analisi a livello di fruizione dei pubblici etc, ebbene ad egli non mancherà forse di qualcosa? E’ qui che mi blocco, insomma c’è un aspetto pratico-teorico che riguarda un’analisi empirica cioè sul campo, un altro -meramente pratico- che riguarda la produzione di oggetti culturali/mediali materiali, che porteranno con se una visione del mondo, insomma: una sintesi pratico-teorica nonchè di utilità a livello culturale, proprio come fa l’architetto o l’avvocato. Leggendo, studiando, analizzando un testo culturale io già dovrei pensare di farlo, cioè di produrlo. Vedere o scrivere di un film è già fare un film? E’ difficile, pena l’inconcludenza di un processo che non risolve.. in un mestiere.

Così: scriverò la mia tesi di laurea, mettiamo un’ analisi di alcuni testi cinematografici, per esempio  particolarmente attinenti alla convergenza dei linguaggi mediatici, per poi proporre il mio assunto, la mia sceneggiatura, in ultima istanza il mio film. Così come un professionista del cinema compie il processo opposto: oggi non scrivo la critica, faccio un film. Salvo poi aggiungervi la dimensione critica. [J-L.Godard]. Ecco i percorsi.

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