Ho scelto tutto: ho scelto niente.

Ho fatto una scoperta incredibile. Ho realizzato che per arricchirsi culturalmente bastava leggere un libro, vedere un film, ascoltare un brano musicale. Ho iniziato a farlo, non mi sono più fermato.

Ma mi accorsi ad un certo punto di non stare più leggendo. Le mie letture (e di riflesso le mie assimilazioni con esse) erano di gran lunga inferiori a tutto ciò che avrei voluto leggere. E così, a 26 anni, mi accorsi delle liste infinite, di un’ accumulazione, qualcosa di potenzialmente positivo ma che nella realtà si traduceva ai miei occhi come terribile ed opprimente, che di fatto ha intimidito la mia sete di conoscenza, di informazione, di pensiero. Insomma, volevo leggere tutto ma forse non stavo leggendo niente. O il fatto che non potevo leggere tutto ha bloccato la mia sete, dunque la mia crescita. Ho scoperto la mia finitezza e il mio valore si è fortemente ridimensionato. Alcune volte penso che forse non vorrei realmente leggere niente.

Sto definendo i rapporti che intesso con la cultura, gli altri, la società, la pratica quotidiana. Anzi, li sto ridefinendo.

Mi sono sempre riempito la bocca con i bei principi, i pensieri profondi, ma l’ho fatto per illudermi di potermi distinguere in qualche modo dagli altri. Il peggiore elitismo di classe. E così, mi accorsi di parlare di Marx senza averlo letto, di presentarmi agli altri come qualcosa che non ero, se non una superficie colta distesa sopra un letto di superficialità. La pigrizia e la stanchezza hanno accresciuto la mia tendenza all’inconcludenza.

Nessuno ha avuto il coraggio di dirmi queste cose, qualcuno se n’è accorto: che il tempo passa e non puoi più recuperare ciò che è andato. La freschezza, l’entusiasmo di chi si appassionava alle “cose che contano”, la voglia di poter dire agli altri cosa penso, con la mia testa.

Ho scelto tutto: ho scelto niente.

Così inizia a formarsi un accumulo abnorme di tempo perso. Devo pur restituire qualcosa a tutto ciò e a tutti quelli che qualcosa mi danno. Il mio rapporto con la cultura e la società deve passare per una pratica quotidiana basata sulla “restituzione”.  Se la cultura mi da, io devo pur restituirle qualcosa.

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